Adolescenti neri e latini riconoscono meglio la disinformazione online
Uno studio pubblicato su New Media & Society mostra che gli adolescenti neri e latini individuano la disinformazione online più efficacemente dei coetanei bianchi, soprattutto nei contenuti legati alla razza.

Avriel Epps della UC Riverside e Brendesha Tynes della University of Southern California hanno guidato la ricerca. Si basano su diari giornalieri compilati da oltre 100 adolescenti neri e da un numero simile di coetanei latini e bianchi, tra gli 11 e i 19 anni. I giovani delle minoranze segnalavano più rapidamente le affermazioni false e la propaganda razzista. Verificavano i post confrontandoli con fonti attendibili e rispondevano più spesso con contenuti correttivi basati sui fatti.
Epps ha spiegato che queste competenze non arrivano dalla scuola.
"In molti casi le hanno sviluppate dalle loro esperienze vissute, affrontando il razzismo online, non necessariamente dall'istruzione scolastica", ha affermato, secondo il resoconto dello studio pubblicato dalla UC Riverside.
L'articolo, intitolato "Racial-Ethnic Differences in Adolescents' Daily Enactment of Critical Race Digital Literacy Skills: A Daily Diary Study", è uscito su New Media & Society. I coautori sono Matthew Coopilton della Cal State Northridge e Devin English della Rutgers University. Il lavoro fa parte del National Survey of Critical Digital Literacy, un progetto longitudinale guidato da Tynes e finanziato da un Lyle Spencer Award to Transform Education della Spencer Foundation.
Cosa hanno misurato i ricercatori
Lo studio definisce la Critical Race Digital Literacy (CRDL) come la capacità di riconoscere, criticare e valutare i media digitali attraverso una lente focalizzata sulla razza e su come essa manifesti il razzismo. I partecipanti riferivano quotidianamente quanto spesso analizzassero, rispondessero a o ignorassero contenuti digitali legati alla razza. Epps ha utilizzato questi dati per un'analisi che evidenzia differenze razziali nelle competenze misurate.
Molti partecipanti neri e latini contestavano più spesso i contenuti razzisti. Scrivevano post che denunciavano informazioni false o condividevano articoli di fonti affidabili per contrastare narrazioni divisive, hanno rilevato gli autori.
"Questi adolescenti spesso svolgono questo lavoro per le loro comunità", ha detto Epps. "È molto probabile che pubblichino informazioni accurate sui movimenti per la giustizia sociale o correggano stereotipi dannosi perché sentono un senso di responsabilità".
I ricercatori sostengono che i risultati puntino all'esperienza vissuta piuttosto che all'insegnamento. Epps ha dichiarato alla UC Riverside che i giovani neri e latini "tengono gli occhi aperti e sono ipervigili". Hanno assorbito competenze navigando in un mondo in cui una microaggressione razziale può capitare in qualsiasi momento. I giovani bianchi, al contrario, mettevano in dubbio meno spesso i post fuorvianti sulla razza.
"Non perché siano meno intelligenti, ma perché non hanno dovuto essere altrettanto vigili", ha detto Epps. "Non sono i bersagli del razzismo digitale come lo sono i giovani di colore".
In contrasto con ricerche precedenti
I risultati contraddicono uno studio del 2021 dello Stanford History Education Group, ora denominato Digital Inquiry Group. In quella ricerca, quando veniva chiesto di analizzare media digitali reali, gli studenti neri ottenevano punteggi significativamente più bassi rispetto ad altri gruppi razziali ed etnici. Secondo il resoconto della UC Riverside, quello studio non esaminava reazioni legate alla razza o al razzismo.
Epps ha spiegato che lo studio è nato da un disallineamento percepito tra le assunzioni accademiche e il ruolo visibile dei giovani neri e latini nel plasmare la cultura sulle piattaforme social.
"Come mai sono loro a produrre la cultura in questi spazi online, eppure la letteratura e la ricerca dicono che hanno meno alfabetizzazione digitale dei loro coetanei bianchi?", ha chiesto.
La pubblicazione arriva mentre le campagne di disinformazione diventano più mirate e difficili da individuare, e mentre le scuole si interrogano su come, o se, insegnare il tema della razza. Gli autori notano che le scuole superiori affrontano l'alfabetizzazione digitale, ma per lo più senza toccare le dimensioni razziali di gran parte dei contenuti falsi che circolano online. Aggiungono che la reazione politica all'insegnamento del razzismo sistemico, inclusa la critical race theory, ha avuto un effetto dissuasivo sulla discussione della razza in classe.
I ricercatori non chiedono di spostare il peso sugli studenti. "Il nostro obiettivo non è spostare il peso, ma riconoscere e onorare le competenze critiche che questi giovani già possiedono", ha detto Epps. "Possiamo ignorare questa realtà, oppure possiamo costruirci sopra per rendere l'istruzione più rilevante e giusta".
Per gli insegnanti, Epps ha inquadrato il messaggio in termini più ampi: le lezioni culturalmente rilevanti contano qualunque sia la materia. "La pedagogia culturalmente responsiva conta in matematica. Conta in inglese e nelle arti linguistiche. Conta per l'alfabetizzazione digitale e la cittadinanza digitale", ha affermato.
Lo studio arriva insieme a ricerche separate su come operano le reti di disinformazione. Exposing the Invisible, una guida pubblicata da Tactical Tech, descrive un metodo in quattro fasi per scoprire, mappare e tracciare tali reti. La guida osserva che le campagne vanno da operazioni di influenza legate a Stati a content farm a caccia di ricavi pubblicitari. Cita una rete di 125 siti di notizie inaffidabili generati dall'IA individuata da NewsGuard, e siti gestiti da una piccola città del sud Italia che, secondo la guida, sono stati scoperti attraverso un'analisi di rete simile.
Fonti
2- 01Black and Latino teens show strong digital literacyEN
- 02How to Track Online Disinformation NetworksEN
Tutti i numeri e le citazioni di questo testo provengono dalle fonti elencate sotto.
I contenuti sono stati preparati dalla redazione con il supporto dell'IA.
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